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giovedì 18 gennaio 2018
Melodie ebraiche di Heinrich Heine. Traduttore: G. Calabresi. Curatore: L. Giacoponi (Giuntina)
Le "Melodìe
ebraiche", scritte da Heinrich Heine (1797-1856) quando era ormai prostrato
dalla malattia, concludono il "Romanzero", la sua ultima raccolta
poetica, e rappresentano per certi versi il suo testamento spirituale nonché
l'omaggio alla religione dei padri. In quest'opera il poeta cerca di far
rivivere il mondo, che tanto lo affascinava, degli ebrei spagnoli nell'epoca
aurea della cultura ebraica entro la sfera intellettuale araba. Le
"Melodie ebraiche" rappresentano pertanto una sorta di approdo
spirituale dopo i tentativi di sganciarsi, attraverso la conversione, dal mondo
ebraico, sentito come ostacolo alla piena integrazione nella società e nella
cultura tedesca. Cantando i poeti ebrei di Spagna Heine riesce a ridare voce a
una tradizione millenaria. Sarà dunque proprio il linguaggio della poesia il
luogo privilegiato in cui l'ebraismo di Heine troverà una "patria" e
un rifugio. Il saggio introduttivo di Liliana Giacoponi si sofferma in
particolare su un'identità scissa tra ebraismo e germanesimo, mostrando come il
rapporto complesso con l'ebraismo, a partire dall'opera giovanile
"Almansor" del 1820 e dal "Rabbi di Bacharach" (già
iniziato negli anni fra il 1824 e il 1826 ma pubblicato solo nel 1840),
caratterizzi comunque l'opera di Heine. La traduzione di Giorgio Calabresi qui
utilizzata è accompagnata da un apparato di note che permette di ricostruire,
in maniera meticolosa, il contesto in cui si muove l'autore.
mercoledì 17 gennaio 2018
Oh Dio mio! di Anat Gov. Traduttore: E. Luttmann, P. Tierno (Giuntina)
La psicologa Ella
riceve un misterioso paziente bisognoso di un consulto urgente, il signor D.
Dopo pochi minuti di seduta scoprirà che si tratta niente meno che di Dio, un
Dio molto umano, e alla ricerca di una cura per una depressione che dura,
giorno più giorno meno, da duemila anni. Non è facile trattare un paziente di
una tale levatura, per di più senza una madre da incolpare, ma Ella, con
coraggio e ironia, saprà trovare la via per sciogliere i nodi che hanno fatto
ammalare Dio, un Dio che si è ritratto dalla Storia, abbandonando la sua
sublime creazione al libero arbitrio degli uomini. Un testo originale, pervaso
nella migliore tradizione yiddish da un umorismo sagace, che diventa, battuta
dopo battuta, una vera e propria argomentazione teologica.
martedì 16 gennaio 2018
LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo di Victor Klemperer. Traduttore: P. Buscaglione (Giuntina)
"Nessun libro può
sostituire il diario tragico di Klemperer: in esso è l'esperienza della
distruzione a parlare, la violenza quotidiana della predicazione di morte. I
lemmi, che egli sceglie per l'illustrazione del processo di formazione di una
nuova lingua del potere, sono offerti alla sua intelligenza di filologo dalla
sua vita quotidiana di perseguitato e si confrontano con la progressiva
riduzione della sua esistenza a quella di un testimone. È un libro dal vero,
che ci riconduce, con la meticolosa pedanteria di un cronista, a una storia
aberrante come fosse ancora un presente." (dalla Prefazione di Michele
Ranchetti)
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